PRODUZIONE

INTERVISTE

Matteo, dopo il successo planetario di Gomorra sei voluto ripartire da qualcosa di
completamente diverso. A cosa ti sei ispirato per la storia di Reality?

È una storia realmente accaduta. All'inizio doveva essere solo un piccolo racconto, poi con il
passare del tempo è diventato un romanzo breve. Volevamo raccontare questa storia dall'interno,
con umanità, senza cadere nella trappola della denuncia e senza avere intenti pedagogici, amando
i personaggi senza prendersi gioco di loro.
La bellissima sequenza iniziale, un lungo piano sequenza a seguire una carrozza che porta
due sposi, suggerisce una dimensione quasi da fiaba...

Sì, tutto il film si muove tra una dimensione di realismo e una più fiabesca, sospesa. E lo portiamo
avanti per tutto il film, questo confine tra sogno (o incubo) e realtà.

Abbiamo parlato del lavoro fatto con Aniello sul personaggio di Luciano, ma tutto il cast è
semplicemente straordinario...

Questo è nato come film corale. Se avessimo sbagliato un solo personaggio sarebbero caduti tutti
gli altri, per questo dovevamo trovare un giusto equilibrio senza cadere nel grottesco, e il tema era
di per sé pericoloso. Era difficile riuscire a raccontare anche la tv senza imitarla, senza sfracellarsi.
Fortunatamente il gruppo si è creato subito, sono diventati una famiglia e hanno continuato ad
esserlo anche dopo le riprese. Sono convinto che fare il regista significa avere la capacità di creare
il gruppo. Il cinema è un'arte collettiva e, nel bene e o nel male, se fai le scelte giuste sei ripagato.
Il regista è responsabile per tutti e deve dividere i meriti.

(Matteo Garrone e il Reality di un'Italia in crisi, Francesca Fiorentino, 24.09.12)

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editor: Chiara Trentadue, Francesca Ranieri

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